Caffè Galante

«common spaces and coffee houses have a rich history of affecting the democratic process» Jack Dorsey


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dalla biografia di Michele Mancuso scritta dal figlio Michele Angelo

Nel pomeriggio, se era libero, usciva accompagnato dal figlio o da qualche alunno prediletto e sistematicamente andava a sedersi al “caffè” di don Carmelo Galante, sempre allo stesso tavolinetto d’angolo. I paesani che conoscevano le sue abitudini si affrettavano a liberare il posto; se erano dei forestieri ad occuparlo, preferiva non entrare. Sorbiva la sua tazzina di caffè che don Carmelo gli preparava “speciale” e quindi fumava una sigaretta, adagio, quasi religiosamente. Caffè e sigaretta, sosteneva, erano le cose più preziose della sua giornata e non consentiva che alcuno gliele guastasse. Le sigarette se le confezionava a mano, con del trinciato Maryland allora in vendita presso il monopolio. Talora lo raggiungevano anche gli amici – Peppino Mellina, Carmelo Sardo Infirri, Gaetano Fiumanò, Antonio Stella, Nunzio Greco, Cola Gatto – ed erano lunghe e calorose discussioni. Il gruppo aveva partorito “Vita nostra”, un quindicinale cittadino cui egli collaborava con poesie, saggi critici e novelle, queste ultime raccolte e pubblicate in volume nel 1936.

Tanta altra gente andava a trovarlo a casa come i colleghi di scuola Piero Sgroi, Armando Saitta, Mario Faranda, Nino Noto o amici che venivano apposta da fuori e si intrattenevano a conversare lungamente come Salvatore Quasimodo, Salvatore Pugliatti rettore dell’università e il poeta Vann’antò da Messina, Beniamino Joppolo da Sinagra, Lucio Piccolo da Capo d’Orlando.

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