Caffè Galante

«common spaces and coffee houses have a rich history of affecting the democratic process» Jack Dorsey


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Granita limone e biscotti “Umberto”

Caffè Galante, interno, anni venti del Novecento; sulla sinistra è riconoscibile Carmelo Galante (1909 - 1996)

Caffè Galante, interno, anni venti del Novecento; sulla sinistra è riconoscibile Carmelo Galante (1909 – 1996)

Scartabellando tra vecchie carte, inaspettatamente salta fuori una piacevole sorpresa: un breve articolo, scritto da Nino Falcone (il fondatore della casa editrice Pungitopo, padre di Lucio) senza data ma, per i riferimenti contenuti, verosimilmente scritto negli anni ottanta del secolo scorso. Un foglio dattiloscritto, di cui non conservavo più il ricordo, regalato a mio padre dall’autore.

Non so se l’articolo venne pubblicato a suo tempo su qualche foglio locale ma per me ha tutto il sapore del pezzo inedito o comunque ormai introvabile. E’ quindi con molto piacere che lo restituisco alla memoria dei pattesi pubblicandolo in questo spazio del Caffè Galante.

 

Granita limone e biscotti “Umberto”
di Nino Falcone

Incontrarsi da Galante è darsi un appuntamento ad un’oasi della vecchia Patti; il bar Galante ha ormai una patina di antico che è bene conservi, e l’ha conservata sapientemente anche nel corso di opportuni restauri, ha la stessa “faccia” liberty che aveva sessant’anni fa e passa.

La pasticceria è rinomata, specialmente per “friciuletti”, “pasticciotti alla carne” e “cardinali”; l’accoglienza è quasi familiare, come sempre.

D’estate vi si danno incontro tutti i pattesi che ritornano dal “continente”, specialmente per la granita limone e i biscotti “Umberto”; ma più per rivedere visi di ex compagni di scuola, di amici d’infanzia: stanchi del cammino sulle “dune” della vita, è bello rivedersi in quell’oasi dove si andava anche da ragazzi.

Quelli d’oggi, anche se entrano da Galante, non si fermano al bar, scambiano frettolosi la carta da mille lire con pezzi da cento lire che don Carmelo conta pazientemente sul lussuoso bancone e poi filano verso “il basso” per la giocatina a flipper o al bigliardino: è l’ineluttabile segno del tempo.

Ma la sala, dove incontri rare e vecchie facce di conoscenti, di “paesani inveterati”, è sempre la stessa; la disposizione dei tavoli, l’esposizione dei dolci hanno sempre la stessa fisionomia d’un tempo, quella che a Padova il Pedrocchi (sit venia!) o a Napoli in Galleria (ci si perdona?).

E’ una faccia di Patti di cui molti amano conservare l’immagine per ricordare un passato prossimo o remoto, come faccio io che, quando ragazzino, salivo a piedi da Marina a Patti con mia madre (che stupenda passeggiata nel sole per via degli Orti!… l’attuale Corso Matteotti), era di rito entrare da don Peppino Galante, per la granita di limone coi biscotti “Umberto”.

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Fossa Neve

Fossa Neve

La neviera di Fossa Neve

Quando non era ancora disponibile l’energia elettrica e non lo erano neanche i frigoriferi per come li conosciamo oggi, i gelati, con maggior fatica, si facevano e conservavano ugualmente; fino almeno alla fine degli anni venti del Novecento, la neve era il materiale utilizzato in gelateria per refrigerare, usata quindi non come ingrediente ma appunto come refrigerante necessario per preparare gelati, granite, sorbetti, schiumoni, cassate, pezzi duri (o gelati in formetta). La neve, che durante l’inverno cadeva sulle alture vicine che superavano i mille metri, veniva accumulata nelle neviere (‘nté niveri) e lì conservata e mantenuta fino al successivo inverno. La neviera del Caffè Galante si trovava a Fossa Neve (a Fossa a Nivi) nel territorio di Librizzi in cima all’omonimo monte (altre immagini della neviera su “librizziacolori” di Melo Rifici). Durante l’estate (ma anche in inverno, che pure allora, i gelati venivano prodotti e consumati nella stagione fredda, specialmente il ponch all’arancia, d’obbligo nei matrimoni) veniva caricata sui muli e più a valle su carretti, con i quali, coperta e protetta da paglia, veniva infine portata al Caffè Galante e qui risposta nella neviera, situata al secondo piano sotterraneo, adiacente al locale dove si trovavano (e si trovano tutt’ora) i mastelli o gelatiere.

La gelatiera a mano

La gelatiera a mano (anni venti del Novecento) nei sotterranei del Caffè Galante; accanto si intravede la porta d’ingresso alla adiacente neviera

Al momento della preparazione del gelato, la neve veniva prelevata dalla neviera e posta tra il mastello e il recipiente in rame stagnato in cui si versava il preparato, a base di latte o di succhi spremuti (come nel caso del limone) o di polpa di frutta (precedentemente bollita e passata al setaccio, come nel caso di pesche o albicocche), che conteneva gli ingredienti del gelato. E quindi, in mancanza di energia elettrica, con la forza delle sole braccia, si incominciava ad azionare il meccanismo, un grande manubrio di ferro, che faceva ruotare, nel mastello colmo di neve, il contenitore con gli ingredienti rimestati da un’apposita pala, fino all’ottenimento del gelato; in genere non meno di un quarto d’ora, venti minuti, applicati faticosamente a quel manubrio senza fermarsi. Successivamente, con il gelato ottenuto si confezionavano anche schiumoni, cassate e pezzi duri che, a richiesta, venivano issati con un’argano fino nella sala del caffè per essere lì consumati o portati a casa dai clienti.