Caffè Galante

«common spaces and coffee houses have a rich history of affecting the democratic process» Jack Dorsey


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I Novant’anni del Nuovo Caffè Galante

Ma sono poi novanta? In effetti nel 1929 il Caffè Galante già da qualche anno era lì dove si trova adesso, all’odierno civico 15 della via Regina Elena, e lì si era trasferito qualche anno prima da dove era stato avviato nel 1918, sempre nella stessa via, alcune porte più in basso, proprio di fronte al “forno”, alla ditta, che si trovava dall’altra parte della strada e che era stata fondata nel 1901 per fare inizialmente solo la pasticceria (un diploma del 1927 attesta che specialità della ditta era la produzione di Pasticciotti e Cardinali).

Ma nel 1929 il caffè venne ristilizzato, abbellito con decori in stile liberty e nuovi arredi che gli diedero l’aspetto a noi noto, quello arrivato ai giorni nostri, descritto in alcune sue opere da Michele Angelo Mancuso. L’inaugurazione del “nuovo” caffè fu certamente un importante evento per la Patti di allora, tale comunque da ispirare al maestro Tindaro Panissidi la composizione di un’ode, che porta la data del 27 Luglio 1929, con cui celebrare il “nuovo magnifico caffè”.

E allora, in mancanza di notizie più certe, assumiamo che sia questa la data di apertura del “nuovo” Caffè Galante e celebriamone i novanta anni pubblicando, con senso di gratitudine per il maestro Tindaro Panissidi, questo suo componimento che potrà apparire particolarmente elogiativo per i meriti attribuiti a “don Peppin Galante” ma che ha certamente il pregio di restituirci alcuni simpatici quadretti di vita e consuetudini della Patti di novanta anni fa. Enjoy 🙂

~ A Giuseppe Galante e figli ~

~ Ode ~

~ per il Nuovo Magnifico Caffè ~

A voi che pur non nascendo a Patti

ben onorate questo mio paese

tanto ospital, con cittadini esatti

tutte le gioie e grand’incassi al mese.

A voi, o caro Don Peppin Galante,

instancabile e buon lavoratore,

a voi io grido con voce tuonante,

un Eja augural di tutto cuore.

E’ bello e signoril questo locale,

ogni cosa vi è linda e perfetta,

vi liberi il Signore d’ogni male,

o figlio buon de’ la gentil Mistretta.

A voi non sol, ma pur a’ figli cari,

compiti ed educati co’ clienti,

ed ottimi e vecchi miei scolari,

Iddio doni i suoi doni più splendenti.

A voi che co’ squisiti pasticciotti,

solleticate tanto e tanto il gusto

dei distinti paesani signorotti

inalzeremo un dì un mezzo busto.

A voi che, dell’està, ne’ l’ore afose,

rinfrescate con splendidi gelati,

con granite, cassate ed altre cose

la bocca arsa degl’innamorati.

A voi, o gentilissimo Galante,

uomo non di parole ma di fatti,

in questo vostro bar così elegante,

tesori immensi ed i nemici matti.

A voi, infine, o amico Don Peppino,

che col lavoro vi portaste avanti,

il mio più grande e più profondo inchino

ed ogni dì avventori tanti e tanti.

Non vi curate, se perverso il mondo

vi guarda con invidia e gelosia.

La sorte col suo riso più giocondo

rifulga ognora su la vostra via.

Non vi curate dell’abbietta gente

ergete sempre altero e bello il viso

Gradite come il più sincer parente

il verso disadorno ed improvviso.

Patti, 27 Luglio 1929 Tindaro Panissidi


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Pensatoio Caffè Galante

E per chi se lo fosse perso in edicola, ecco il servizio di Benito Bisagni apparso su Centonove nello scorso mese di Luglio, per poterlo leggere basta cliccare sulla foto, e poi cliccare nuovamente sulla pagina che si aprirà per ingrandirla. Buona lettura 🙂

pensatoio_caffe_galante


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Granita limone e biscotti “Umberto”

Caffè Galante, interno, anni venti del Novecento; sulla sinistra è riconoscibile Carmelo Galante (1909 - 1996)

Caffè Galante, interno, anni venti del Novecento; sulla sinistra è riconoscibile Carmelo Galante (1909 – 1996)

Scartabellando tra vecchie carte, inaspettatamente salta fuori una piacevole sorpresa: un breve articolo, scritto da Nino Falcone (il fondatore della casa editrice Pungitopo, padre di Lucio) senza data ma, per i riferimenti contenuti, verosimilmente scritto negli anni ottanta del secolo scorso. Un foglio dattiloscritto, di cui non conservavo più il ricordo, regalato a mio padre dall’autore.

Non so se l’articolo venne pubblicato a suo tempo su qualche foglio locale ma per me ha tutto il sapore del pezzo inedito o comunque ormai introvabile. E’ quindi con molto piacere che lo restituisco alla memoria dei pattesi pubblicandolo in questo spazio del Caffè Galante.

 

Granita limone e biscotti “Umberto”
di Nino Falcone

Incontrarsi da Galante è darsi un appuntamento ad un’oasi della vecchia Patti; il bar Galante ha ormai una patina di antico che è bene conservi, e l’ha conservata sapientemente anche nel corso di opportuni restauri, ha la stessa “faccia” liberty che aveva sessant’anni fa e passa.

La pasticceria è rinomata, specialmente per “friciuletti”, “pasticciotti alla carne” e “cardinali”; l’accoglienza è quasi familiare, come sempre.

D’estate vi si danno incontro tutti i pattesi che ritornano dal “continente”, specialmente per la granita limone e i biscotti “Umberto”; ma più per rivedere visi di ex compagni di scuola, di amici d’infanzia: stanchi del cammino sulle “dune” della vita, è bello rivedersi in quell’oasi dove si andava anche da ragazzi.

Quelli d’oggi, anche se entrano da Galante, non si fermano al bar, scambiano frettolosi la carta da mille lire con pezzi da cento lire che don Carmelo conta pazientemente sul lussuoso bancone e poi filano verso “il basso” per la giocatina a flipper o al bigliardino: è l’ineluttabile segno del tempo.

Ma la sala, dove incontri rare e vecchie facce di conoscenti, di “paesani inveterati”, è sempre la stessa; la disposizione dei tavoli, l’esposizione dei dolci hanno sempre la stessa fisionomia d’un tempo, quella che a Padova il Pedrocchi (sit venia!) o a Napoli in Galleria (ci si perdona?).

E’ una faccia di Patti di cui molti amano conservare l’immagine per ricordare un passato prossimo o remoto, come faccio io che, quando ragazzino, salivo a piedi da Marina a Patti con mia madre (che stupenda passeggiata nel sole per via degli Orti!… l’attuale Corso Matteotti), era di rito entrare da don Peppino Galante, per la granita di limone coi biscotti “Umberto”.


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L’antico Caffè Galante di Patti: Il salotto che fu di Pugliatti e Quasimodo

Caffé GalanteSono passati più di dieci anni da quando ho scritto per Centonove quest’articolo sullo storico bar Galante di Patti. Nel ricostruirne le vicende mi son potuto avvalere della preziosa testimonianza del vecchio proprietario, Carmelo Galante, che, sin dal momento dell’apertura, nel lontano 1918, ancora bambino, ci aveva lavorato aiutando il padre e poi succedendogli per parecchi decenni nella gestione. A qualche settimana di distanza il signor Galante morì e i preziosi ricordi che ho avuto la fortuna di raccogliere rappresentano una sorta di testamento lasciato ai posteri. Da parecchi mesi il bar è chiuso e un pezzo della storia della città è come sospeso. La riproposizione dell’articolo intende essere uno stimolo alla necessità di far rivivere un locale che è stato importante luogo di ritrovo della società pattese dell’epoca e della sua intelligenza, che lì fondò ed impostò i vari numeri della rivista Vita Nostra e che richiamava spesso la presenza di personaggi importanti che venivano dal capoluogo, come il rettore Pugliatti ed il poeta Quasimodo, premio Nobel per la letteratura.

Centonove
12 Gennaio 1996

Il salotto che fu di Pugliatti e Quasimodo

Ci sono vari modi per ripercorrere la storia di una città, registrare le modificazioni dei costumi, cogliere cambiamenti epocali che, in un secolo di grandi stravolgimenti materiali e culturali, hanno interessato comunità grandi e piccole del nostro paese.

A volte, per rituffarsi nel passato, basta abbandonarsi all’avventura di un “viaggio” per le viuzze di un centro storico così ricco di testimonianze, come quello di Patti, la “magnificentissima civitas” che ha festeggiato da poco i suoi novecento anni di vita. E tra i luoghi della memoria, cari alle generazioni che vi hanno consumato la loro spensierata giovinezza, dagli angoli dei ricordi riaffiora indimenticabile l’antico caffè Galante, a due passi da piazza San Nicola, in pieno centro storico, dove pulsava l’antico cuore della città.

Ad accedervi oggi, sono in molti a provare la stessa sconsolata sensazione di quando si rivede, a distanza di parecchi lustri, una persona conosciuta nella pienezza del rigoglio fisico ed intellettuale e che adesso si ritrova con addosso tutti i segni e la mestizia di una dolente vecchiaia. Per la verità qualche anno fa l’Associazione “Vivere il centro storico” aveva tentato di far rifiorire questo mitico luogo di ritrovo della Patti degli anni Trenta. Ma, come spesso avviene per il trapianto di un organo vitale in un corpo estraneo, la Patti di oggi ha manifestato presto una crisi di rigetto ed il vecchio bar Galante, anche se rimesso a nuovo, è tornato a languire, “ormai romìto e strano al loco natio”.

Aperto nel lontano 1918 (qualche porta più in là dell’attuale locale) da Giuseppe Galante, sino ad allora cuoco del prestigioso collegio Magretti, dove veniva ospitata in quegli anni la gioventù-bene del circondario che frequentava le scuole di Patti, si trasferì al n. 17 della via Regina Elena e divenne subito il caffè più importante, non solo della città, ma dell’intero territorio. Per arredarlo e rifinirlo furono chiamati i migliori artigiani della zona: il falegname Cavallaro, il fabbro Villanti, il marmista Mastrantonio, il decoratore Rifici che, per gli stucchi, si rivolse ad una importante ditta di Milano, che ne curò i disegni in rigoroso stile liberty. Qui, negli anni in cui la città viveva uno dei suoi periodi più fiorenti ed era il capoluogo amministrativo economico e culturale di un ampio comprensorio, si radunavano molti avventori. Tra questi un nutrito gruppo di professionisti ed intellettuali, che elessero il caffè a sede di un vivace cenacolo, animato dai conversari dei più raffinati uomini di cultura della città: gli avvocati Raffo Saggio e Peppino Marino, il poeta Vincenzo Adamo, i fratelli Stella, il pittore Palermo, lo scrittore Giuseppe Mellina Ocera, i dotti professori Carmelo Sardo Infirri e Michele Mancuso. Ad accompagnare quest’ultimo, omerica figura di intellettuale cieco, era spesso il figlio, Michele Angelo Mancuso, allora giovane studente, che in un recente libro “Una lontananza di anni luce”, edito dall’Associazione Beniamino Joppolo, ricostruisce, in pagine di grande forza rievocativa, momenti e personaggi che animavano quello straordinario “salotto”.

Proprio ai tavoli del bar Galante fu concepita ed ebbe vita la rivista Vita Nostra, importante giornale pattese dell’epoca. E qui spesso si radunavano alcuni studenti per ascoltare estemporanee e memorabili lezioni supplementari di alcuni eminentissimi professori del liceo, come il filosofo Nino Noto e l’insigne grecista Piero Sgroi. Ed era qui che l’allegra brigata riceveva le visite di amici illustri che venivano da Messina, come Salvatore Pugliatti ed il poeta Salvatore Quasimodo.

Carmelo Galante, il figlio del fondatore, che sin dall’età di otto anni gestì il bar assieme al padre, ricorda che c’era una sorta di turnazione nella fruizione del locale. Agli intellettuali che l’occupavano dalle 17 sin verso le 20, si succedevano i più facoltosi commercianti della zona, che passavano le serate al gioco del “tocco”, a base di birra. La mattina invece era riservata alle visite degli avvocati (il tribunale era allora proprio a due passi) che giungevano a Patti da tutta la provincia e sostavano nel bar Galante per sorbire il caffè espresso, allora una vera rarità, che il proprietario preparava con una monumentale macchina, sulla quale troneggiava una gigantesca aquila dorata. Oppure si deliziavano con le granite di limone, accompagnate da “zuccarate”, “cuddureddi” e “friciulette” e dai caratteristici “cardinali” preparati dalla moglie di don Giuseppe, che aveva appreso il mestiere di pasticciera dalle suore del convento della Sacra Famiglia. O gustavano la “Scialotta” o il “Poncio all’arancia”, tipici gelati del locale, vere e proprie leccornie che il bar preparava in esclusiva. Sapori di un tempo, ricordi di un’epoca che il caffè Galante ci racconta meglio di un libro di storia.

Nino Casamento


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da “Rapsodia paesana” di Michele Angelo Mancuso, Yorick Editore

Rapsodia PaesanaVita Nostra uscì il 15 giugno del 1932 come quindicinale diretto da Giuseppe Mellina Ocera e si pubblicò fino al 19 febbraio 1936. Un numero costava centesimi venti, ossia nel linguaggio comune quattro soldi. Ma non era un giornale da quattro soldi.

L’idea fu buttata giù una sera, tra la sfida e lo scherzo – perché non facciamo un giornale? – in quel crogiolo di idee ch’era il Caffè Galante dove soleva riunirsi quasi ogni pomeriggio e talora fino a sera tarda l’intellighentia pattese, il fior fiore di quella aristocrazia del pensiero che comprendeva professionisti di varia estrazione, per lo più avvocati, medici e professori.

Il Caffè Galante era un vero cenacolo. Era una sorta di Pedrocchi o di Florian nostrano. Aperto ai primi del 1900 per iniziativa del mistrettese don Peppino Galante, la pensilina esterna e l’arredo erano stati rifatti all’inizio degli anni ’20 secondo l’ultima moda introdotta dal coevo stile Liberty: con i suoi tavolinetti dal ripiano di marmo di Carrara leggiadramente sostenuto da tralicci floreali in ferro battuto, le poltroncine di legno nero sobriamente avvolgenti, i lampadari dalla luce soffusa come abat-jour e le grandi specchiere alle pareti, l’ambiente risultava gradevole e accogliente.

I capricci delle stagioni sostavano bene al di fuori dalle porte vetrate basculanti – novità assoluta – e dalle vetrine ricolme di leccornie. Dentro, riparati dai solidi muri di pietra, c’era il tepore dei fiati, c’erano gli sbuffi di vapore della monumentale macchina per il caffè espresso, prodigio dei più recenti ritrovati tecnici, c’erano gli aromi del buon caffè tostato di fresco, c’erano le spire profumate delle Macedonia zigrinate – le limitate conoscenze scientifiche non avevano ancora consentito a nessun luminare di sbilanciarsi sui micidiali pericoli del fumo – o quelle più corpose che si levavano dalle pipe di Carmelo Sardo Infirri e del barone D’Altomonte.

Il gestore, il gentilissimo e cordiale don Carmelo, serviva prontamente uno squisito caffè o “pezzi duri” di gelato secondo le stagioni.