Caffè Galante

«common spaces and coffee houses have a rich history of affecting the democratic process» Jack Dorsey

da “Rapsodia paesana” di Michele Angelo Mancuso, Yorick Editore

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Rapsodia PaesanaVita Nostra uscì il 15 giugno del 1932 come quindicinale diretto da Giuseppe Mellina Ocera e si pubblicò fino al 19 febbraio 1936. Un numero costava centesimi venti, ossia nel linguaggio comune quattro soldi. Ma non era un giornale da quattro soldi.

L’idea fu buttata giù una sera, tra la sfida e lo scherzo – perché non facciamo un giornale? – in quel crogiolo di idee ch’era il Caffè Galante dove soleva riunirsi quasi ogni pomeriggio e talora fino a sera tarda l’intellighentia pattese, il fior fiore di quella aristocrazia del pensiero che comprendeva professionisti di varia estrazione, per lo più avvocati, medici e professori.

Il Caffè Galante era un vero cenacolo. Era una sorta di Pedrocchi o di Florian nostrano. Aperto ai primi del 1900 per iniziativa del mistrettese don Peppino Galante, la pensilina esterna e l’arredo erano stati rifatti all’inizio degli anni ’20 secondo l’ultima moda introdotta dal coevo stile Liberty: con i suoi tavolinetti dal ripiano di marmo di Carrara leggiadramente sostenuto da tralicci floreali in ferro battuto, le poltroncine di legno nero sobriamente avvolgenti, i lampadari dalla luce soffusa come abat-jour e le grandi specchiere alle pareti, l’ambiente risultava gradevole e accogliente.

I capricci delle stagioni sostavano bene al di fuori dalle porte vetrate basculanti – novità assoluta – e dalle vetrine ricolme di leccornie. Dentro, riparati dai solidi muri di pietra, c’era il tepore dei fiati, c’erano gli sbuffi di vapore della monumentale macchina per il caffè espresso, prodigio dei più recenti ritrovati tecnici, c’erano gli aromi del buon caffè tostato di fresco, c’erano le spire profumate delle Macedonia zigrinate – le limitate conoscenze scientifiche non avevano ancora consentito a nessun luminare di sbilanciarsi sui micidiali pericoli del fumo – o quelle più corpose che si levavano dalle pipe di Carmelo Sardo Infirri e del barone D’Altomonte.

Il gestore, il gentilissimo e cordiale don Carmelo, serviva prontamente uno squisito caffè o “pezzi duri” di gelato secondo le stagioni.

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