Caffè Galante

«common spaces and coffee houses have a rich history of affecting the democratic process» Jack Dorsey

da “Una lontananza di anni luce” di Michele Angelo Mancuso, Associazione Teatro-Cultura Beniamino Joppolo

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All’angolo tra la via Verdi e la via Regina Elena – anche la toponomastica, se poco fantasiosa, corrispondeva alle ambizioni di una dinamica cittadina dal prestigioso passato e dal fiducioso avvenire – apriva i suoi battenti l’unico locale pubblico cittadino degno di questo nome: il caffè Galante. Esso esisteva fin dall’inizio del secolo ma negli anni venti era stato opportunamente adeguato a nuove esigenze con eleganti porte a vetri che si aprivano docilmente spingendo grossi corrimano d’ottone e due vetrine luminose, linde, ricolme di liquori fini e leccornie; la facciata era stata adornata con una pensilina di ferro battuto in perfetto e gradevole stile Liberty, opera di un certo signor Villanti di Gioiosa Marea; da essa pendevano dei boccioli di ferro battuto che avvolgevano di sinuosi tralci globi illuminati di vetro bianco. All’interno era stato decorato e arredato nello stesso stile con grandi specchi alle pareti che creavano spazi profondi e indefiniti moltiplicando la fuga dei tavolinetti. Sul massiccio bancone di legno chiaro sagomato faceva orgogliosa mostra di sé l’ultimo ritrovato della tecnica, una monumentale luccicante macchina per il caffè espresso sormontata da un’aquila di bronzo ad ali spiegate.

Di fronte si apriva un’altra piccola ma prestigiosa bottega, la salsamenteria di Don Tano Danzi. Vi si potevano acquistare prodotti per quel tempo assolutamente eccezionali come vino Chianti, tonno e sardine in scatola, e perfino tavolette di burro e fettine di odoroso prosciutto tranciate con precisione micrometrica da una grandiosa affettatrice elettrica, rossa e lucente come un bolide da corsa. Per conservare le cibarie più delicate faceva bella mostra di sé in un angolo la “ghiaccera” di legno con borchie e maniglie cromate. Non per nulla in quei pressi sostava di primo mattino il carretto che il signor Aricò mandava da Patti Marina a rifornire di ghiaccio, in grossi parallelepipedi avvolti nella paglia, tutti e due quegli esercizi.

Essi erano frequentati da una clientela necessariamente scelta di professionisti, imprenditori e commercianti; il proletariato ne era automaticamente escluso e ripiegava su anonime bottegucce fuori mano le rare volte che era ammesso al godimento di qualche rustico dolce.

I clienti del Caffè Galante poi non avevano alcuna fretta, non si limitavano a sorbire in pochi sorsi concitati la tazzina di caffè che Don Peppino e il figlio Don Carmelo preparavano magistralmente e servivano con squisita cortesia, e quindi non scappavano via a precipizio, ma sedevano composti e compiaciuti a quei tavoli con un piano tondo o rettangolare di marmo bianco sostenuto da un lieve traliccio a foglie e fiori di ferro battuto, intingevano la “trizza” nella granita di limone o gustavano la “sciarlotta” di cioccolato ch’era una tonda formella di gelato con sopra un bassorilievo in forma di fiore. Frattanto si abbandonavano ai conversari, talora faceti, scoppiettanti di battute e commenti, talora forbiti, densi di scambievoli contenuti culturali. Più raramente parlavano della Juventus e di Nuvolari. Di politica mai perché non si poteva.

Nei lunghi pomeriggi d’inverno, per esempio, e talora ben oltre l’ora di cena, ne era assiduo frequentatore un nutrito gruppo di signori, per la maggior parte professionisti di prestigio, la crema dell’intellighentia pattese. C’era Carmelo Sardo Infirri, professore di lettere e preside del ginnasio, grande cultore di arti e di letterature classiche, appassionato ricercatore di memorie locali che riusciva a “leggere” anche nelle vecchie pietre del centro storico; sotto l’aspetto arcigno e il fare nervoso celava un modo divertente e divertito di conversare e la battuta tagliente. Ascoltato pazientemente un tale dalla facile e vuota loquela a un tratto placidamente lo fulminò: – Avete detto tante fesserie che mi si è spenta la pipa -. C’era Peppino Mellina, col suo sorriso aperto e cordiale, autore di romanzi, racconti e poesie, innamorato del suo paese fino a soffrirne, dall’ingegno duttile e vivace che gli consentiva di accordare gli stimoli letterari e culturali con le mansioni, intelligentemente assolte, di alto dirigente della locale società elettrica. C’erano Gaetano Fiumanò e Peppino Marino, la cui conversazione arguta e brillante spiegava le ragioni che ne facevano dei principi del foro pattese. C’era Michele Mancuso, scrittore e poeta oltre che docente al liceo classico, che attingeva dalla totale cecità e dalla sconfinata cultura una visione tuttavia lieta e convinta, profondamente umana, della vita e del mondo. C’erano ancora il maestro Vincenzo Adamo, uomo mite e taciturno, che covava pudicamente dolci immagini di poesia, Antonio e Sarino Stella, Cola Gatto e Nunzio Greco, Nato Sciacca, ancora giovinetto, alle prese coi problemi estetici dell’arte plastica. Su tutti aleggiava la foga oratoria, la personalità prorompente, l’intuizione geniale di Raffaele Saggio, avvocato, alto esponente del fascismo imperante e nel contempo aperto e sollecito cultore di lettere e arti.

Occasionalmente si trovava a far parte della compagnia gente che si considerava di casa anche se veniva da fuori, da Messina, ma che aveva la statura di un Salvatore Quasimodo o di un Salvatore Pugliatti, rettore dell’università. Era anzi questa “la brigata che lieve mi accompagna” citata da Quasimodo nella lirica “Vento a Tindari”.

C’era infine un tipo sui generis che suppliva alla mancanza di una cultura accademica sollazzando l’uditorio col fiorito racconto delle sue strabilianti e cosmopolite avventure, sottolineate da sghignazzate omeriche e pesanti allusioni alle dimensioni di quelle “balle”: una stranissima figura di nobile-pezzente che viveva di espedienti, di elemosina chiesta e ricevuta con grande dignità: il barone d’Altomonte.

Anche se non fisicamente presenti al caffè Galante per ragioni logistiche, di quel gruppo di amici facevano parte altri straordinari intelletti da cui la cultura paesana ricavava lustro e sostegno: Monsignor Peppino Napoli, rettore del seminario, uomo di sterminata cultura umanistica, latinista e grecista di prim’ordine, di mentalità aperta e disinvolta cui erano sconosciute pignoleria e ipocrisia, dalla conversazione affascinante; Padre Giustino, abate del convento di Sant’Antonino, dove gli amici andavano a trovarlo e a stanarlo dalla biblioteca dove soleva spulciare antichi polverosi volumi e spremerne un succo di grande saggezza e di contagiosa serenità interiore; i Padri Todaro e Giordano, docenti al seminario, grandi esperti di storia e filosofia.

Fu proprio al caffè Galante che, tra una chiacchiera e l’altra, prese corpo l’idea tante volte ventilata di pubblicare un giornale cittadino, un’idea che suonava come una sfida o una scommessa contro le molte difficoltà da superare, ma forse appunto per questo più allettante.

Il giornale, che si chiamò “Vita nostra”, uscì nel ’33 e, saltuariamente, fino al ’36. Infaticabile animatore e direttore ne fu Peppino Mellina. Occorsero vari miracoli per racimolare, in quei tempi di magra, una qualche copertura finanziaria; altri miracoli furono operati da Giovannino Panta in quella sua tipografia che non era certamente attrezzata per un impegno di quel genere.

Probabilmente ci riuscirono perché ci lavoravano col cuore e nel cuore avevano questo mucchio di case che volevano sempre più nobile, armonioso, degno di passarci la vita: quel modesto foglio di provincia – quattro facciate appena – rimane lo specchio di quel loro intento, uno specchio che ci può interessare o affascinare se andiamo a cercare delle notizie ma da cui distogliamo lo sguardo quando quei valori ci danno fastidio perché noi, più saggiamente, preferiamo portare a termine il lavoro di demolizione cominciato dagli aviatori americani nell’agosto del 1943.

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